CRITICAL
GLITCH




Cosa mi ha lasciato Outer Wilds


Questa più che una recensione sarà un discorso sulla mia esperienza con Outer Wilds. Parlerò di come mi ci sono approcciato, cosa mi ha lasciato a livello videoludico e delle sensazioni che mi ha fatto provare. È una seconda parte della mia analisi del gioco fatta mesi fa, la trovate QUI. Come già detto in precedenza ritengo che questo gioco sia molto più personale di quanto sembri. Una volta scoperti i segreti, le soluzioni dei puzzle e il genere del gioco non lo si può rigiocare. Non vi darà mai le stesse sensazioni, ve lo dimostro in questa prima parte, parlandovi delle mie prime ore con il gioco.

Le mie prime ore di gioco

Conobbi il gioco anni fa sentendone parlare in una live di Old Gen da Sabaku e Yotobi, fui attratto dai loro pareri discordanti e rimase nella mia memoria come un gioco da provare sicuramente. Anni dopo un amico mi propose di giocarlo insieme, ma io preferii prima farlo da solo. Scelta saggia. Quindi compro il gioco senza neanche prestare troppa attenzione alla pagina del negozio o alle key art e lo avvio. Inizio a camminare per il villaggio e parlare con i suoi abitanti. Saltuariamente volgevo lo sguardo al cielo e notavo i movimenti degli astri e i vividi dettagli. Anche aiutato dal contesto capisco che in questo gioco si può viaggiare liberamente tra un pianeta all’altro. Continuo ad esplorare e mi imbatto in un giovane Teporiano che gioca con la materia ectoplasmatica. Anche io provo a giocarci saltandoci vicino e muoio. Game Over. Ricomincio fino ad arrivare al museo e qui inizio ad interessarmi. Come già detto nella recensione non sono un grande appassionato dello spazio, la storia però mi interessa di più. Scoprire che in questo sistema solare ci sono i resti di un’antichissima civiltà aliena mi ha intrigato. Chi erano? Da dove venivano? Cosa facevano? Che fine hanno fatto? Queste e altre domande mi hanno spinto molto più del resto. Recupero quindi i codici di lancio, la statua Nomai si attiva e rivedo i miei ricordi. Rimango confuso ma affascinato. Inizio la mia prima esplorazione partendo proprio dal mio stesso pianeta natale, Cuore Legnoso.

Esploro le miniere Nomai e cado sfracellandomi al suolo. Qui si ripete la scena dei miei ricordi e ritorno al falò. Non era successo alla mia prima morte, la statua deve aver fatto qualcosa dato che è accaduto un evento diverso dopo la mia interazione con essa. Parlo rapidamente con alcuni NPC, i dialoghi sono sempre gli stessi. Torno al museo e nulla, come se non ci fossi mai stato. Capisco quindi di essere in una specie di loop o viaggio indietro nel tempo. Incuriosito mi dirigo verso le caverne a terminare la mia esplorazione. Una volta letto tutto e osservato ogni angolo sento uno strano botto e dopo un po’ tutto diventa bianco. Ripeti, scena dei ricordi, risveglio al falò. Ricordo ancora la strana confusione che provai in quel momento, avevo esplorato gran parte delle caverne e dei geyser, e non capii il senso di quella luce bianca con successiva morte. Pensai a qualche crollo delle grotte o simili. Nel posto sbagliato al momento sbagliato. Soddisfatto delle mie scoperte decido di esplorare la luna Sfrido.

Lì una rapida chiacchierata con Esker, qualche esplorazione qua e là e intanto mi dirigo verso una piattaforma di legno. È il luogo dove Esker osserva il resto del sistema solare e controlla i segnali degli altri esploratori. Cazzeggio un po’ con il segnaloscopio e ancora una volta lo sento. Un fortissimo boato, ma stavolta la vidi, una strana luce azzurra diretta verso di me. Ecco la rivelazione. Sono finito in una strana nuvola di gas che mi ha ucciso. Sì, non ci avevo capito un cazzo. La forma sembrava quella di una nube e dato il movimento degli astri e la proporzione in scala alterata ho pensato che una nube si stesse avvicinando a me. Però ho fatto uno strano collegamento, è arrivata al termine della mia esplorazione di Sfrido. Anche nella grotta ero morto mentre stavo sbloccando log del diario di bordo. Presumo quindi che questa “nube” mi insegua e mi uccida ogni volta che scopro qualcosa di nuovo o rilevante. A questo punto decido di dare un’altra rapida occhiata a Sfrido. Confermo che non c’è più nulla da scoprire e volo verso Profondo Gigantesco. Devo capire cosa sia quello strano cannone che ogni volta esplode al momento esatto del mio risveglio. Qui arriva l’ennesimo rinforzo positivo per la mia ipotesi. Esploro la stazione, leggo i papiri, esplosione e sta luce blu che mi insegue, a questo punto mi ero convinto di questa pista: Appena scopri qualcosa di importante viene inviata questa strana nube a ucciderti.

L’Outer Wilds di ognuno

Tutta questa lunga premessa serve a far capire quanto personale e intima è la propria esperienza. Tu cosa hai fatto nei tuoi primi loop? Hai esplorato cuore legnoso? Hai osservato i pianetti dalla distanza? Ti sei schiantato per sbaglio con la navicella? Oppure non sei mai uscito dal villaggio e hai continuato ad esplorare per i successivi 22 minuti? E poi come hai interpretato ciò che accadeva alla tua morte? Pensavi che i ricordi fossero un modo per riavviare il gioco senza capire che fosse un salto indietro nel tempo? Hai passato le prime 20 spedizioni senza mai arrivare alla formazione della supernova? Dov’eri quando è scoppiato per la prima volta il sole? Nelle radici di Rovo Oscuro e hai sentito un boato ovattato? Eri sulla superficie di Profondo gigantesco e hai visto una fortissima luce permeare tra le fitte nubi? Oppure semplicemente ti è esploso davanti.

Guardate quante versioni diverse dello stesso evento si possono verificare e in base alla propria interpretazione si può affrontare il gioco in maniera diversa. Outer Wilds è tutto così, un intero sistema solare lì pronto ad essere esplorato e dove il concetto di sandbox viene applicato alla scoperta e all’esplorazione. Come fare quindi a rivivere una tale esperienza? Tutto è legato al tuo primo approccio e alle tue prime supposizioni, cosa ovviamente assente in un secondo playthrough. Si può dire che anche altri giochi una volta completati non suscitino le stesse emozioni, e in parte mi trovo d’accordo. È possibile riaffrontare il gioco in maniera differente o fare completismo con la consapevolezza di ciò che abbiamo imparato. Outer Wilds però ha come base di gameplay la scoperta delle sue meccaniche più che il loro compimento. Ecco perché non si può effettivamente rigiocare, possiamo solo esplorare e sperimentare ulteriormente il mondo di gioco. Un modo per riviverlo però esiste nonostante tutto, guardare altri gameplay. Non è la stessa cosa lo so, ma ti fa rivivere quel senso di spaesamento, confusione, curiosità e intuizioni dagli occhi di qualcun altro. Ecco perché ho iniziato descrivendo le mie prime spedizioni. Le concatenazioni di eventi e mie idee hanno creato un quadro personale che difficilmente altri hanno interpretato similmente. A ripensarci a posteriori mi ha fatto simpatia credere che la supernova fosse una strana nube che mi inseguiva, ma allo stesso tempo mi affascina questa mia errata convinzione del momento. E ovviamente tutte le mie altre 40 ore sono state accompagnate da momenti simili esattamente come è stato per voi.

I Nomai

Il tema più ricorrente nel gioco è il concetto di esplorazione e curiosità verso l’ignoto. Lo si apprende piano piano scoprendo la storia dei Nomai. Al relitto del Vascello si apprende che furono un’antica specie non nativa del nostro sistema solare. Dedicavano la loro esistenza a sondare il cosmo per piacere scientifico e di scoperta. Vivevano in clan viaggiando con dei Vascelli e occasionalmente si riunivano per condividere conoscenze. I Nomai giunti nel nostro sistema erano capitanati da Escall. Il suo Vascello captò improvvisamente uno strano segnale, un oggetto più antico dell’universo stesso. Lo chiamarono occhio dell’Universo per via della sua forma. Decisero di raggiungere repentinamente le sue approssimative coordinate, spaventati dal fatto che potesse sparire improvvisamente. In un certo senso si può comprendere la loro fretta. Come può esistere un oggetto che esiste da prima che la realtà potesse formarsi? Scoprirne la natura sarebbe stata un’impresa non solo per il clan di Escall, ma per tutta la civiltà Nomai.

Come sappiamo il salto nell’iperspazio li portò a compenetrarsi e fondersi con Rovo Oscuro. Tre scialuppe di salvataggio vennero rilasciate e ironicamente Escall era sull’unica che non si salvò. Lui che in maniera troppo irresponsabile decise di avvicinarsi all’Occhio pagò le conseguenze di tale gesto. La tomba dei Nomai è un luogo che mi mette tristezza ogni volta che lo raggiungo. La sensazione di gioia e curiosità provata pochi momenti prima, frantumata dallo spaesamento di un viaggio finito in tragedia. Confusi su dove si trovassero e sulla natura non euclidea di Rovo Oscuro sono morti tutti per privazione di ossigeno. Alcuni si stringono vicini, altri cercano di capire come mai il segnale del Vascello arrivi da un luogo minuscolo, altri semplicemente sono alla deriva. I loro corpi sono immobili da millenni immortalati nel loro ultimo momento, le tute sono lacere e si intravede l’ossatura tra i fori.

Fortunatamente le altre due scialuppe sono riuscite a scappare atterrando su Gemello Braci e Vuoto Fragile. I due gruppi inizialmente si sono sviluppati isolati, senza poter interagire tra di loro, se non tramite un particolare corpo celeste, la Luna Quantica. Posso immaginare la meraviglia e lo stupore provati dai Nomai ad osservare un satellite comparire e sparire non appena si distoglie lo sguardo. Capita anche a noi ogni volta che risvegliamo a inizio anello temporale. Io stesso realizzai della sua esistenza in quella breve sequenza al falò. Non mi viene difficile credere canonica la scena di un Nomai che su Gemello Braci osservando la luna non la veda sparire perché un suo compagno su Vuoto Fragile la sta a sua volta osservando. Magari sul singolo pianeta hanno compreso che il satellite si muove quando nessuno lo osserva, se ciò non accade è perché qualcun altro di senziente lo sta osservando. In un certo senso è come se la luna avesse permesso ai gruppi di “comunicare” la reciproca presenza.

Da qui i Nomai iniziano a fare ciò che sanno fare meglio: scoprire, studiare e inventare. Hanno esplorato i rispettivi pianeti, cercato come rientrare in contatto e una volta riusciti hanno studiato il nuovo sistema solare. Si sono interrogati sulla natura dell’Occhio. Perché il segnale è arrivato all’improvviso? Ci ha forse chiamato? È senziente in primo luogo? Come fa ad essere più antico dell’universo stesso? È un oggetto naturale o artificiale? Questi e altri quesiti hanno attanagliato le generazioni di Nomai nate e cresciute nel nuovo sistema solare. Non hanno mai escluso alcuna possibilità, che sia essa scientifica e materialista o filosofica e divina. Grazie alle risorse di questo sistema solare idearono un piano tanto geniale quanto folle per scoprire la posizione dell’Occhio. Il Progetto Gemello Cenere è stato per me affascinante, anche perché fu l’ultima tappa da scoprire nel mio viaggio. Il piano è semplice nella teoria. Una sonda verrà inviata nella speranza di trovare la posizione dell’Occhio e le informazioni ottenute verranno immagazzinate in statue della memoria. Poi si ricostruirà un nucleo a curvatura sfruttando le caratteristiche dei buchi neri di questo sistema solare. Si potrà creare un intervallo di tempo negativo rispedendo le statue con le relative informazioni indietro nel tempo. Il tutto verrà alimentato a dovere dall’induzione in maniera artificiale di una supernova. In questo modo si possono attuare lanci infiniti e una volta ottenuta la corretta posizione dell’Occhio si può disattivare la stazione solare impedendo la distruzione del sistema. Tutto era pronto, anni di studi, preparazione e sacrifici ma ecco la sfortuna. Nonostante gli sforzi la stazione solare non fu in grado di indurre il sole a diventare una supernova. Senza l’energia necessaria tutto divenne inutile. Fu un duro colpo da digerire e il peggio doveva ancora venire. In quello stesso periodo una cometa fece ingresso nel sistema solare, L’intruso. Entrò nell’orbita della stella e iniziò a scongelarsi, il nucleo si aprì ricoprendo il sistema di materia ectoplasmatica. Questo spiega perché i Nomai morti sono in posizioni di vita quotidiana. La loro fine è stata improvvisa, immediata, inaspettata, solo gli esploratori della cometa sapevano dell’accaduto.

Si può dire che noi non abbiamo mai visto la civiltà Nomai al suo apice. Si è solo potuto osservare un clan perduto e che ha cercato di sopravvivere, ma io non la penso così. La storia della gente di Escall ci ha mostrato realmente chi è questa specie. Persone disposte a tutto pur di poter scoprire i segreti dell’universo. Non si fanno problemi ad avere le più pazze idee e affrontano ogni cosa con curiosità. Come un bimbo appena nato che trova meraviglia in ogni cosa che conosce, solo che loro sono adulti e il loro parco giochi è la realtà stessa. Non hanno mai escluso alcuna teoria o ipotesi e hanno sempre attuato un approccio sperimentale. Ogni cosa per quanto banale o semplice poteva essere studiata e appresa per loro.

I Teporiani

Come ben sappiamo la vita sul sistema solare non è totalmente estinta, ci sono i Teporiani nativi di Cuore Legnoso. Con il tempo si sono evoluti finendo anche loro con l’interessarsi allo spazio. Mi piace pensare che nella storia Teporiana si siano prima scoperti gli insediamenti Nomai su Cuore Legnoso, poi grazie ai telescopi le altre strutture sui vari pianeti. Ciò non ha fatto altro che alimentare la voglia di scoperta e con tanta fatica e incendi nacque il programma spaziale Outer Wilds. I Nomai sono estinti ma il loro lascito ha ispirato un’altra specie a scoprire il cosmo, su scala ridotta ovviamente. I Teporiani non hanno la tecnologia per uscire dal loro sistema solare, ma possiamo dire che abbiano lo stesso spirito. Forse una cosa che accomuna le specie senzienti è proprio la consapevolezza della realtà che li circonda e la voglia di scoprirla. Possiamo dire che il clan di Escall non sia definitivamente morto. Numerosi sono stati gli altri esploratori Teporiani prima di noi, alcuni affascinati dalla storia Nomai, altri desiderosi di studiare gli astri o più vogliosi di mettersi in gioco ed esplorare i luoghi più pericolosi. Tutto però è diverso con il protagonista, il nostro sassolino.

In primo luogo noi abbiamo un traduttore Nomai, possiamo capire i loro scritti. Riusciremo ad avere uno sguardo più concreto su ciò che pensavano, dicevano e studiavano i nostri “antenati”. La responsabilità su di noi è molto alta quindi iniziamo ad esplorare. Poi arriva la supernova. Pensiamo che sia finita e invece scopriamo di essere in un loop temporale. Inizialmente può essere visto come un evento fantastico. Immaginate di essere un esploratore che non deve temere la morte, la paura di potersi perdere, le sfide impossibili o irrealizzabili. Ogni volta si può tornare al tempo di partenza. Abbiamo tutto il tempo del mondo e le possibilità sono inimmaginabili. Dopo però ti rendi conto della triste realtà, sei in trappola. Non puoi uscire dai limiti fisici della tua scatola. Non sai neanche perché sei in queste condizioni e se può finire improvvisamente o durare in eterno. E a noi è andata di fortuna, Gabbro è bloccato su Profondo gigantesco. La sua nave è stata distrutta prima del loop, lui non può uscire dalla sua eterna condizione di immobilità. Vivere in questi infiniti 22 minuti è considerabile come vivere?

A che serve esistere per sempre se non puoi più coltivare amicizie. Nessuno sa nulla di ciò che sta per accadere eccezion fatta per Gabbro e noi ogni volta li vedremo morire. Assordante è il silenzio che si prova quando ascoltando gli strumenti di tutti con il segnaloscopio li si sente gradualmente sparire con l’incedere della supernova. Il tempo scorrerà all’infinito ma paradossalmente la nostra vita si è fermata. Si fa quindi l’unica cosa sensata, scoprire se le strutture Nomai hanno a che fare con l’anello temporale. Sfruttiamo questo loop a dovere e non perdiamo le speranze. Gabbro è stato costretto ad accettare il suo destino per mancanza di alternativa, noi abbiamo ancora la possibilità di scoprire qualcosa. Dopotutto il cannone spara in direzione diversa a ogni ciclo e il loop è iniziato quando la statua del museo si girò verso di noi. Il nostro sassolino scopre piano piano il Progetto Gemello Cenere, il suo scopo e il suo funzionamento, ma come si è attivato se i Nomai hanno fallito?

Semplicemente il sole ha raggiunto la sua naturale fine. E non solo, l’intero universo sembra raggiungere la sua morte termica. Lo osserviamo noi stessi guardando spegnersi tutte le stelle. Anche Chert lo noterà man mano che passeranno i 22 minuti. Dal relitto del vascello scopriamo che non è un caso isolato della nostra galassia. Riusciamo a leggere alcune trasmissioni di altri clan Nomai. Anche loro si sono accorti della repentina morte di molte stelle e stanno cercando sistemi ancora stabili da trasformare in luoghi sicuri. Anche se rompessimo il loop quindi a cosa servirebbe tutto? L’universo sembra giunto alla sua naturale conclusione. Forse non siamo tanto diversi da Gabbro, dobbiamo solo accettare la nostra condizione.

Gli Owlk

C’è un altro luogo però da esplorare nel nostro sistema. Qualcosa di strano e atipico, un oggetto non visibile ad occhio nudo e che orbita su un asse diverso rispetto ai nostri pianeti, lo Straniero. Da subito capiamo che si tratta di qualcosa di diverso da tutto ciò che abbiamo avuto modo di osservare. Dai materiali utilizzati, dallo stile strutturale e dalle scritte all’entrata tradotte come “lingua sconosciuta”. Pensavamo di aver condiviso il sistema solo con i Nomai, ma ci sbagliavamo. C’è un’altra specie senziente che ha abitato il nostro stesso spazio. Le stesse domande ora si ripongono: Chi sono? Sono ancora vivi? Da dove provengono? Anche loro sanno dell’Occhio? L’interno dello Straniero è affascinante. Sembra la volontà di ricreare un ambiente naturale all’interno di una stazione spaziale. C’è acqua, vegetazione, abitazioni, ma ne rimangono solo i resti. Le piante sono secche, l’erba è giallastra e le costruzioni in legno sono fatiscenti. Se qualcuno ha costruito questa stazione evidentemente non è più qui a prendersene cura. Riusciamo anche ad avere un’idea di questa specie grazie ai quadri, sparsi per le varie strutture. Hanno un corpo piumato e un volto che ricorda quello di un gufo ma con corna da cervide. Sono gli Owlk.

La struttura della stazione mi ha permesso di esplorarla in maniera molto lineare e graduale. Tramite le diapositive danneggiate si apprende solo una parte della storia degli Owlk. Sono giunti da un sistema vicino al nostro attirati come i Nomai dal segnale dell’Occhio. Hanno costruito lo Straniero per viaggiare e avvicinarsi il più possibile. Sono riusciti ad osservare una sorta di visione con uno strumento capace di inviare immagini alla mente. Sfortunatamente ciò che videro li terrificò. Capirono che raggiungere l’Occhio avrebbe significato morte per loro e per il resto dell’universo. Distrussero ciò che sembrava un luogo di culto dell’Occhio ed eliminarono ogni diapositiva dai loro magazzini. Come a voler dimenticare la loro scoperta e impedire che qualcun altro potesse entrarne in possesso.

In seguito sembrarono provare nostalgia per casa, crearono uno strano artefatto e inabissarono una campana subacquea. Abbiamo ottenuto delle risposte ma anche ulteriori domande. Una più di tutte rimane: dove sono finiti? Non ci sono corpi sparsi in giro ed è improbabile che siano fuggiti con altre navi o siano ancora in vita dato il degrado dello straniero. Grazie a un’altra diapositiva capisco dove sono e la scena mi fece gelare il sangue la prima volta che la vidi. All’interno di apposite strutture vi è un passaggio nascosto dove sono riuniti in cerchio i corpi scheletrici degli abitanti dello Straniero. Sono legati a dei loculi, ognuno di loro ha in mano un artefatto acceso dalla fiamma verde al centro della sala. Quindi sono morti, ma perché si sono volontariamente messi in questa condizione? Recupero un artefatto rimasto spento, mi riposo di fronte a un falò insieme a loro e mi risveglio.

Mi risveglio senza tuta, la sala è scura e i corpi non ci sono più. Uscendo all’aperto scopro di non essere più nello Straniero. Sembra essere il pianeta natale di questa specie visto dalle diapositive. Ecco svelato il loro esperimento, una simulazione virtuale dove poter finalmente ritornare a casa. In questo mondo negli archivi segreti ci sono le stesse diapositive trovate nel mondo reale ma intatte. Capiamo che gli Owlk per costruire lo Straniero hanno usato tutte le risorse del loro verdeggiante pianeta, rendendolo una landa arida. La simulazione è quindi un modo per accedere simbolicamente alla loro casa ormai perduta. Apprendiamo anche perché il segnale dell’Occhio non è mai stato chiaramente percepibile dai Nomai. Gli Owlk hanno creato un inibitore rendendolo impossibile da localizzare per altre possibili specie.

Gli ultimi tasselli del puzzle risiedono nella campana subacquea. Porta a una scala e a un seminterrato, una stanza circolare a due piani. Vi è un’unica finestra che mostra l’anello planetario e l’unico oggetto presente sembra essere quel telescopio a proiezione mentale usato per scoprire l’Occhio. Al piano inferiore nella penombra intravediamo un artefatto acceso e una volta avvicinati comparirà la mano di un Owlk. La campana è una prigione e il prigioniero, grazie a un bastone a proiezione, ci mostrerà la sua storia.

La sua specie ha vissuto per molto tempo nella simulazione fino a quando il prigioniero non decise di svegliarsi e compiere un’azione che riteneva corretta. Spegnere l’inibitore del segnale dell’Occhio. Ciò causò il risveglio degli altri e la sua successiva incarcerazione. All’interno della simulazione possiamo rinvenire una casa data alle fiamme, l’unica in queste condizioni. È rimasto intatto un quadro che mostra il cranio di un Owlk ricoperto di vegetazione. Dal foro dell’occhio fuoriesce uno stelo il cui fiore è l’Occhio dell’Universo intento a spargere galassie come fosse polline. Gli altri suoi simili hanno visto l’Occhio come una sciagura, il prigioniero credeva fosse un modo per andare avanti, anche senza la loro presenza. Sperava che i suoi simili capissero la sua scelta, ma la paura ha annebbiato la loro mente. Loro hanno sacrificato tutto per raggiungere l’Occhio solo per scoprire che avrebbe causato la loro fine. Non avendo più una casa a cui tornare hanno creato un paradiso virtuale in cui rifugiarsi accidentalmente scoprendo l’immortalità. In questo modo non possono neanche più temere la morte. Come sappiamo è solo un’illusione. Non possono sfuggire alle leggi del mondo reale. Lo straniero è a pezzi e se l’artefatto si dovesse spegnere ormai la loro coscienza non ha più un corpo fisico a cui tornare. Hanno trascurato la realtà in favore di una fantasia che con il tempo si è trasformata in una prigione. Con queste nuove informazioni possiamo finalmente chiudere il cerchio di Outer Wilds e tracciare un filo rosso rendendone partecipe anche il nostro nuovo amico.

Il segnale liberato dal prigioniero anche se di breve durata ha viaggiato per lo spazio ed è proprio quello captato dal vascello Nomai. Non li ha attirati in quel sistema, non era instabile, era solo il tentativo di un Owlk per far aprire gli occhi ai suoi simili. Da lì sappiamo già cosa succede. I Nomai arrivano nel sistema, cercano di raggiungere l’Occhio ma non ci riescono in quanto ormai è bloccato dall’inibitore e periscono prima di riuscirci. Passano millenni e i Teporiani raccolgono l’eredità Nomai nutrendo anche loro l’interesse per la scoperta e sondando nel loro piccolo lo spazio. Con queste rivelazioni il prigioniero si lascia andare ad un urlo che sembra sia disperato ma anche pieno di gioia. La sua specie un tempo era curiosa, e motivata a scoprire l’universo, purtroppo persero tale mentalità e se devo essere sincero io ho una teoria. Il prigioniero è proprio colui che scoprì l’Occhio. Venne usato come detto un telescopio a proiezione, lo stesso che troviamo nei resti della sua casa e della sua cella. Inoltre lui è l’unico ad avere un corno rotto. Può essere solo una scelta di riconoscibilità, ma io la vedo come una forma di punizione per aver portato gli Owlk a perdere tutto. Forse si è anche autoinflitto tale punizione come senso di colpa. Lui stesso venne deluso più di tutti a scoprire la verità sull’Occhio, ma esattamente come Solanum con il tempo ha iniziato a vederlo non come qualcosa di malevolo, ma come un nuovo inizio. Motivo per cui ci inviterà ad un ultimo viaggio insieme.

Usciti dalla cella le sue impronte porteranno ad un lago e il suo bastone a proiezione ci mostrerà l’ultima immagine. Il prigioniero ci invita a salire su una zattera portandosi dietro il suo telescopio. Mi piace pensare che il breve tempo passato insieme lo abbia riempito di gioia. I suoi sforzi non sono stati inutili, hanno ispirato in altre specie una curiosità che i suoi simili hanno perduto molto tempo fa. Due menti affini partono quindi alla scoperta della fine, il prigioniero finalmente si lascia andare spegnendo la sua fiamma. Poteva farlo prima ma ha sempre atteso, forse nella speranza che i suoi compari un giorno capissero. Mai si sarebbe immaginato che un giorno tale evento si sarebbe presentato nella forma di uno strano alieno blu con quattro occhi.

Finalmente tutte le domande hanno una risposta e il filo che collega tre specie è stato tracciato. Non si sono mai incontrate tra loro e non sapevano della loro esistenza ma la loro storia è intrinsecamente collegata. Ogni piccola azione dalla più casuale alla più ponderata e emotiva di Owlk, Nomai e Teporiani ha portato noi a mettere finalmente piede sull’Occhio dell’Universo. Raccogliamo l’eredità di tre specie e partiamo per l’ultima spedizione del programma spaziale Outer Wilds. Abbiamo le coordinate, disattiviamo quindi il Progetto Gemello Cenere prendendo il nucleo di curvatura e ci dirigiamo verso il relitto del Vascello. Non si può più tornare indietro ora, morire adesso significa morte permanente, la nostra memoria non può più essere portata indietro. Dobbiamo attraversare Rovo Oscuro, forse il luogo più pericoloso del nostro sistema solare. Un minimo errore finirà col farci mangiare vivo da una rana pescatrice ma fortunatamente riusciamo a raggiungere la nostra destinazione. Inseriamo il nucleo, le coordinate e partiamo. Davanti alla vetrata lo vediamo, un’enorme sfera nera circondata da nubi da cui si intravedono appendici di colore viola, l’Occhio dell’Universo. Saliamo sulla sua superficie ed è esattamente come la sua proiezione nella Luna Quantica. Entriamo nel ciclone e qui la sequenza finale. L’Ancient Glade in particolare è il momento culminante.

Vediamo le galassie immense nella foresta quasi come fossero fuochi fatui, lentamente si spegneranno una dopo l’altra. E rimarremo solo noi, poi il falò e il vecchio Esker colui che ha sempre aiutato ogni viaggiatore nelle sue spedizioni. Lui ha sempre preso nota quando uno dei nostri compagni suonava il suo strumento, era il modo per comunicare nonostante la distanza. Ci dirà infatti di ascoltare i suoni dei nostri compagni. Il banjo di Riebeck con la sua grande passione per la storia Nomai. La fisarmonica di Feldspato e la sua temerarietà. Il flauto di Gabbro, con la sua calma e filosofia. Il tamburo di Chert e la sua curiosità per lo spazio e altri due suoni mai sentiti prima. Uno assomiglia a un pianoforte, ci porta da Solanum. Mostra il sacrifico fatto dalla sua specie in favore della conoscenza. Lei è potuta arrivare qui perché i suoi antenati hanno continuato a scoprire e sperimentare. Loro hanno costruito il modo per raggiungere l’Occhio ma non sono mai riusciti a metterci piede. Poi abbiamo un suono simile a un theremin, è il prigioniero. Mostra ciò che i suoi simili hanno cercato di negare per molto tempo. I teporiani moriranno così come i Nomai e nonostante i loro tentativi di impedirlo anche gli Owlk. Siamo tutti riuniti dinnanzi al falò per suonare un’ultima melodia insieme. Solanum è grata di far parte di tale orchestra, anche se non conosce la canzone. Il prigioniero porta il peso di ciò che la sua specie ha fatto. La loro paura ha quasi impedito questo momento e teme che essere ricordato possa solo offuscare anche la nostra mente. Noi accettiamo tutti e suoniamo un’ultima volta. Una nube si forma sul falò e la musica finisce.

Un osservatore consapevole è entrato nell’Occhio, ci sono mille possibilità di fronte a noi, dobbiamo solo farle collassare in una sola. Dobbiamo agire però se non faremo mai un passo resteranno solo possibilità. L’Occhio ha la potenza generatrice di creare un nuovo universo e la nostra conoscenza lo plasmerà. Il prigioniero finalmente sta per vedere realizzata la sua profezia, la paura sembra averlo abbandonato ed è pronto a tuffarsi in questo nuovo inizio. Una magnifica metafora della vita. Le cose prima o poi finiscono, dobbiamo solo avere la forza di accettarlo ed essere contenti di averne fatto parte anche solo per poco. Outer Wilds io l’ho finito e non potrò mai più ricominciarlo e mi va bene così.

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